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AIDS A TORINO SE NE PARLA POCO 2

AIDS A TORINO SE NE PARLA POCO

Meno letale, più dimenticata. È la parabola che l’Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita, sta compiendo negli ultimi anni. Una tendenza positiva per quanto riguarda aspettativa di vita e condizione dei malati, meno confortante, se non arrivata ai livelli di guardia, sul tema della prevenzione della malattia e della sua cura tempestiva.

L’allerta arriva dall'ospedale Amedeo di Savoia, centro di eccellenza per la cura dell’Aids e non solo, dato che il polo di corso Svizzera 164 è centro di riferimento regionale per la sieropositività e la cura dell’immunodeficienza acquisita, ma anche, storicamente, centro di riferimento di tutto il Piemonte per le malattie infettive e le grandi emergenze come Sars ed Ebola: «Le recenti terapie antiretrovirali combinate altamente attive»  - spiegano i clinici del polo torinese - « hanno permesso di riscrivere la storia naturale dell'infezione da Hiv/Aids, tanto da poterla considerare oggi realmente una patologia avviata alla cronicità». Tuttavia, ammoniscono i medici, guidati dal direttore sanitario del presidio, Maria Teresa Sensale, «parallelamente si avverte una diminuzione di interesse per il problema, che rende fondamentale un richiamo alla necessità di politiche e pratiche di prevenzione e di individuazione immediata della patologia, in modo da evitare contagi e iniziare la cura delle persone malate». È stato questo il messaggio centrale della recente giornata mondiale per la lotta all'Aids, appuntamento internazionale che come di consueto si è tenuto il 1° dicembre.

Non abbassare la guardia sul tema è un obbligo al quale richiamano gli esperti. E l’appello rimbalza dalle conferenze internazionali, agli studi nazionali, alle corsie dell’Amedeo di Savoia, che è il secondo centro per gestione di casi a livello nazionale e il quarto in Europa. Bisogna fare riferimento ai numeri per rendere l’idea dell’impatto dell'ospedale, inaugurato nel 1900, sulla sanità piemontese: 4 mila pazienti affetti da Hiv trattati, in sostanza il 90 per cento di quelli residenti in Piemonte che sono inseriti in percorsi di cura.

Alla conferenza internazionale sull’Aids di Durban (Sudafrica), nel luglio scorso, gli esperti hanno dovuto ammettere l’incremento di nuovi casi e, soprattutto, una sconcertante ignoranza globale sul tema, tanto che attualmente solo poco più della metà (57%) delle persone con infezione da Hiv a livello mondiale è consapevole del proprio stato. La situazione riguarda anche i Paesi occidentali: in Europa centrale e occidentale circa la metà dei nuovi casi di infezione da Hiv si registra tra i maschi omosessuali. Tra il 2010 e il 2014 i nuovi casi di infezione sono aumentati del 17 per cento in Europa occidentale e centrale e dell’8 per cento in nord America.

Una recente ricerca nazionale (Network persone sieropositive, 2016) ha messo in evidenza dati simili relativi all’Italia, per quanto riguarda l’informazione e la rilevanza del tema «infezioni da Hiv/Aids»: mentre nel 1991 il 22 per cento degli intervistati dichiarava l’Aids come uno dei problemi sociali che preoccupava maggiormente, la percentuale è da vent’anni in costante picchiata, fino allo 0 del 2016.

Di pari passo precipita la conoscenza dei servizi e gli esiti di cura: il 22 per cento del campione non sa dire se l’Hiv è curabile o no, il 28 per cento ritiene l’Aids non curabile, il 31 ritiene che sia contagioso sempre, anche semplicemente alla presenza del malato, mentre una percentuale tra il 6 e l’8 ritiene il virus Hiv e la sua conseguenza più grave, l’Aids appunto, curabili solo all'estero, non in Italia.

Le cifre nazionali trovano una rispondenza in Piemonte, tanto che il dato dei malati, attraverso iniziative capillari di informazione ed emersione della patologia, potrebbe crescere ancora rispetto ai 4 mila presi in carico, perché la stima delle persone colpite da Aids sul territorio piemontese si spinge fino a 8mila soggetti, che significherebbe uno su due senza cure. Anche da questo scarto fra casi noti al Servizio sanitario regionale e i potenziali malati che non si sono rivolti ai servizi e non vengono quindi curati, nasce il richiamo alla sensibilizzazione continua, senza che il tema cada nel dimenticatoio. «L’obiettivo principale delle periodiche campagne informative sul tema - spiega Maria Teresa Sensale - è tenere accesi i riflettori su un tema che spesso è oggetto di prolungati cali di visibilità, o di paure incontrollate che non servono a trattare la patologia in modo scientifico, con attenzione verso la cura dei pazienti». Allo stesso modo, e per molti versi in parallelo, si verifica l’allarmante scomparsa dal panorama dell’informazione del tema dell’assunzione di droghe (anche quelle iniettate per via venosa, quindi a rischio contagio Hiv). «Non bisogna distogliere l’attenzione - avverte Sensale - da questi problemi e dalle loro soluzioni, a partire dalle misure di prevenzione da mettere in atto per evitare le infezioni sessualmente trasmesse, compreso l’Hiv».

Don Maurizio Ticchiati, per 13 anni assistente spirituale dell'ospedale, fino allo scorso novembre, evidenzia che in un ospedale come l'Amedeo di Savoia che più di altri intercetta  casi di malati con situazioni di vita e problematiche che vanno oltre la patologia (interessando la situazione abitativa, le carenze lavorative...), «serve una presenza che faccia riflettere sulla dimensione spirituale della persona. La cura non è solo tecnologia. È necessario anche formare un approccio più profondo alla vita». Compito non facile in una realtà in cui, tra l'altro, negli ultimi dieci anni complice l'aumento dei trattamenti terapeutici esauribili in giornata «la presenza del volontariato a sostegno dei degenti è notevolmente calata», conclude don Ticchiati.

 

Fonte: www.lavocedeltempo.it