Smartsex

Di HIV NON SI PARLA QUASI PIU'


 
 
 

Hiv, le vite (ingiustamente) penalizzate dei pazienti

 Di Hiv e Aids si parla sempre meno, ormai. Dai tempi in cui era una peste (viola, dal colore dell’alone attorno a chi restava contagiato di un celebre spot del 1990) a oggi, quando grazie alle terapie antiretrovirali l’aspettativa di vita dei pazienti ben curati è analoga a quella di chiunque altro, sono passati appena trent’anni. Ma i riflettori si sono spenti e così oggi i contagi non accennano a diminuire, perché c’è poca conoscenza e scarsa attenzione alla prevenzione. E i sieropositivi sono rimasti ancora lì, ai tempi dell’alone viola: pensano di non poter neppure immaginarsi una vita normale, una famiglia, un rapporto di coppia per colpa della malattia.

 

Scarsa informazione

Due errori di prospettiva di cui si è parlato a Milano durante la Conferenza Europea sull’Hiv, sottolineando innanzitutto come siano ancora tanti i contagi: tuttora nel nostro Paese ogni anno sono 3.500-4.000 le nuove infezioni e i sieropositivi non sono per forza solo emarginati, tossici od omosessuali con una vita sessuale promiscua, anzi. L’età media dei pazienti oggi si aggira sui cinquant’anni e tanti non sospettano di essere stati infettati, così le diagnosi arrivano tuttora troppo tardi. Anche per questo dal 17 al 24 novembre si terrà la European Hiv-Hepatitis Testing Week, durante la quale sarà possibile sottoporsi al test per Hiv per scoprire il proprio stato e intervenire: secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) infatti in Europa e in Asia Centrale 1,2 milioni di persone vivono con l’Hiv ma solo il 75 per cento ha ricevuto una diagnosi. «La prevenzione e l’incidenza dell’Hiv in Europa variano ampiamente fra i diversi Paesi – osserva Anastasia Pharris, esperta di Hiv dell’Ecdc –. Per ridurre le nuove infezioni dobbiamo concentrare tutti gli sforzi in tre aree principali: dare priorità ai programmi di prevenzione, facilitare la diffusione del test dell’Hiv e agevolare l’accesso al trattamento per chi è stato diagnosticato». Circa un sieropositivo su quattro infatti non sta ricevendo alcuna terapia e, sebbene il trattamento per l’Hiv sia efficace, due persone su cinque con Hiv non hanno raggiunto la soppressione virale

 

Un paziente curato non è contagioso

C’è ancora molto da fare quindi, anche per offrire ai pazienti informazioni corrette e la possibilità di vivere una vita serena: un sondaggio europeo condotto su oltre 3200 pazienti discusso durante il congresso milanese ha dimostrato che le aspirazioni e le speranze di chi convive con l’Hiv sono ancora inferiori rispetto a quelle della popolazione generale. Il 40 per cento per esempio considera l’Hiv un ostacolo alla possibilità di incontrare nuovi partner per il timore di rivelare la propria sieropositività, oltre la metà teme di avere rapporti sessuali (nell’87 per cento dei casi per la paura di trasmettere il virus). I pazienti quindi non sanno che un paziente con Hiv ben curato e in soppressione virale, in cui cioè non sia possibile rilevare il virus nel sangue, non è contagioso. E faticano a sentirsi “bene”, soprattutto nel nostro Paese: in Italia solo il 38 per cento dei pazienti afferma di sentirsi in buona salute complessiva, contro il 53 per cento dei sieropositivi tedeschi o il 51 per cento di quelli francesi. «Lo stigma esiste ancora, da parte degli altri ma anche degli stessi pazienti nei propri confronti, come mostrano questi dati – dice Giovanni Guaraldi, docente di malattie infettive all’università di Modena e Reggio Emilia –. Oggi invece sappiamo che prima si interviene, più è possibile avere un’aspettativa di vita analoga a quella dei non sieropositivi e soprattutto una vita normale, perché Hiv non si trasmette se ci si cura e la carica virale è azzerata. Certo, va migliorata la qualità di vita dei malati anche tenendo conto delle più frequenti malattie a cui vanno incontro, ma le aspettative di chi ha l’Hiv devono essere le stesse di chi non ha il virus».

 

 

Fonte: corriere.it