Smartsex

EPATITE C, L'ITALIA NON STA ELIMINANDO IL VIRUS


 
 
Una ricerca presentata al congresso europeo sul fegato di Parigi ci esclude dalla classifica di chi tratta a sufficienza per eradicare la malattia. Ma gli infettivologi non ci stanno
 

Doccia fredda da una nuova ricerca presentata in questi giorni al congresso europeo sulle malattie del fegato, in corso a Parigi. Nonostante l'accesso aperto a tutti i pazienti con virus dell'epatite C, anche i meno gravi, e nonostante l'utilizzo di farmaci che agiscono e curano in sole 8 settimane, anziché dodici, con una efficacia altissima, l'Italia non sarebbe sul binario giusto per eradicare la malattia, obiettivo che l'Organizzazione mondiale della Sanità ha posto per il 2030. Siamo solo in una fase definita di "progresso". Pochi screening, e dunque diagnosi, e pochi pazienti trattati. Per non parlare poi delle cosiddette popolazioni a rischio, i detenuti, i tossicodipendenti che usano droghe iniettive, i lavoratori del sesso e gli Msm (gli uomini che fanno sesso con gli uomini).


Ma i nostri infettivologi non ci stanno. "Non mi risultano registri di malati Hcv in Europa - premette Carlo Federico Perno, professore di Microbiologia e Virologia all'università di Milano - mentre in Italia esiste un registro Aifa dei trattamenti. E lunedì scorso eravamo a 127.000 trattati su un numero complessivo che varia da 350 a 450 mila infezioni. Stiamo trattanto circa 45.000 pazienti all'anno, quindi siamo ben oltre il 10%. Abbiamo avuto fondi dedicati, abbiamo liberato l'accesso, direi che in Europa - e forse nel mondo - l'Italia è forse il Paese che ha fatto lo sforzo maggiore. Da scienziato vorrei sapere piuttosto da dove arrivano i numeri presentati a Parigi".

 

Numeri che assegnano all'Italia quasi ottocentomila infezioni. Dato ipotizzato molti anni fa, in base ad estrapolazioni statistiche rivelatisi poi sbagliate. Tornando all'eradicazione, per essere sul binario giusto un Paese deve trattare ogni anno almeno il 7% degli infetti, e non avere restrizioni nell'accesso. Secondo i dati presentati a Parigi l'Italia sarebbe ferma al 4%. Davanti a noi sei paesi europei: Francia, con l'8%, Georgia (13%), Islanda (54%, ma i numeri dei trattati sono complessivamente molto bassi, qualche centinaio), Olanda (12%), Spagna con il 10% e Svizzera. Lo studio americano presentato a Parigi - da Homie Razavi e Sarah Robbins del Center for Disease Analysis Foundation di Lafayette - disegna comunque una Europa a più velocità. Da una parte paesi con numeri alti di malati dove è stato trattato solo l'1% degli infetti, come Turchia, Bulgaria, Croazia, Grecia, Russia e Slovacchia, dall'altra Paesi dove i numeri continuano a crescere, Ma anche quelli temporaneamente retrocessi, come la Germania, che da un anno all'altro non è riuscita a curare la percentuale richiesta di malati. E questo perché - sottolinea Razavi - lo screening non è diffuso e sono pochi i pazienti con infezione Hcv ad essere identificati.

 

"Molti paesi europei sono sul binario giusto - precisa Razavi - ma bisogna organizzare test di routine in carcere, servizi dedicati per i tossicodipendenti e i lavoratori del sesso. E soprattutto serve più consapevolezza tra i medici, anche quelli di famiglia, che dovrebbero proporre il test a chi è considerato a rischio infezione". Alla fine dello scorso anno molti paesi europei hanno promesso di implementare i programmi per l'elimizazione dell'epatite C prima del 2030, compresi Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia e Svezia. Nel 2017, per esempio, la Gran Bretagna ha trattato il 6% degli infetti (circa 10mila sui 163.500 stimati), ma ha anticipato di cinque anni l'obiettivo eradicazione, fissandolo al 2025. Spagna e Svizzera hanno eliminato le restrizioni all'accesso della terapia, un dato particolarmente importante visto che la Spagna, nella Eurozone, ha numeri molto alti di infezioni.


L'Italia oggi punta a raggiungere chi ha l'infezione Hcv ma non sa di averla. Soprattutto over 65, infettatisi anni fa che sono stati convinti, qualche volta anche dal medico di base, che la terapia per eradicare il virus non fosse necessaria. Ma l'infezione Hcv è invece subdola, oltre che sistemica: e il virus continua a lavorare e a replicarsi danneggiando il fegato. Ma non solo quello. 

 

Hcv può danneggiare reni e pancreas e provoca una infiammazione cronica. Per questo l'idea è di far fare il test a tutti coloro che hanno patologie degenerative croniche: i diabetici, chi ha danno renale, gli ipertesi, i cardiopatici. Potrebbero essere tutte patologie legate ad Hcv

 

Fonte: repubblica.it