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L'AIDS ci ha cambiati per sempre, e poi ce ne siamo dimenticati

Protagonista dell'immaginario nel XX secolo, dell'HIV ora non si parla più: un grande inganno.

È il 1992 quando “The Photo That Changed The Face of AIDS”, quella del volto scavato e sofferente dell’attivista David Kirby, morente di AIDS su un letto circondato dalla propria famiglia (una foto già apparsa su un numero di Life del 1990) arriva sulle pagine dei giornali di tutto il mondo sotto la forma di una campagna pubblicitaria Benetton.

 

In molti ricorderanno che in quel periodo, con Oliviero Toscani come art director, il marchio aveva inaugurato una serie di iniziative di advertising (tra cui la rivista Colors) incentrate prima sui temi del razzismo poi sulle istanze sociali in generale che all’epoca erano in primo piano, e naturalmente l’epidemia di AIDS - che nel 1990 a Los Angeles aveva già ucciso più di 9000 persone e si trovava al suo culmine - ne era parte integrante.

 

La fotografia di Kirby, scattata non da Toscani ma dalla studentessa Therese Frare (che aveva documentato i suoi ultimi giorni in un progetto che è divenuto pietra miliare nella lotta al virus), era il perfetto strumento per la filosofia di Toscani: scioccante ed evocativa, ritraeva un Kirby così emaciato da ricordare l’iconografia occidentale del volto di Cristo sulla croce e lo mostrava circondato dalla famiglia in lacrime, il tutto inserito in una composizione fotografica che ricordava alla perfezione le rappresentazioni pittoriche del compianto di Cristo o delle Pietà.

 

Poco importava la storia dietro la fotografia, la vita dell’uomo che ritraeva, o il fatto che a prendersi cura di lui non ci fossero le infermiere, che gli passavano i pasti attraverso la porta, ma Patrick Peta Church, una persona trans (oggi forse diremmo non binaria, visto che parlava di sé al maschile nonostante dalle foto si possa ipotizzare che si presentasse al mondo come donna) per metà nativa americana,che non soltanto faceva volontariato nell’hospice in cui Kirby era ricoverato ma morì di AIDS poco tempo dopo, assistit* dagli stessi genitori di Kirby che pure avevano ripudiato il figlio anni prima perché omosessuale. Peta, essere umano straordinario, è una delle tantissime persone dimenticate nella storia della lotta all’AIDS, raccontata solo nel 2014 da un articolo di Time.

 

La foto di Kirby e queste storie sembrano parte di un'epoca dimenticata: oggi grazie agli antivirali l'HIV è diventato uno spauracchio che – grandissimo errore – ci fa sempre meno paura e a chi muore ancora di AIDS (tendenzialmente, stando ai numeri, sono quelli che muoiono di più anche per qualsiasi altra cosa, ovvero i poveri) non è più dedicata nessuna pagina pubblicitaria e il senso di allarme è sparito completamente, così come la patina di eroismo con cui i media ammantavano le storie delle vittime. Eroi ed eroine lo erano, eccome, e lo erano anche gli attivisti e le attiviste, ma la narrazione mainstream ha sempre accuratamente evitato di dipingerne la forza e le contraddizioni, ritraendoli invece come corpi martoriati che espiavano le loro colpe attraverso le sofferenze, meritevoli di compassione, non certo di comprensione.

 

L'omosessualità, la transessualità e il lesbismo passano spesso, nella narrazione degli eterosessuali, attraverso questo immaginario di sofferenza, perché è molto più facile accettare che esista uno stile di vita fuori dall'eteronormatività se è in qualche modo collegato all'idea dello stare male, come se l'uscire da una norma fosse sinonimo di infelicità. Le storie di chi soffriva di AIDS negli anni in cui il virus colpiva e uccideva vicino a noi hanno aiutato il mondo dei cosiddetti “normali” ad abituarsi più facilmente all'esistenza di chi “normale”, per i loro canoni, non era, grazie al fatto che li presentava come esseri deboli e da accudire, puniti dalle proprie abitudini devianti, e non certo come le creature fiere e colorate che vediamo oggi nei Pride di tutto il mondo.

 

L'idea che “di AIDS si muore” ci ha completamente abbandonato ed è davvero un fenomeno pericoloso visto che i dati ci dicono che nel 2017 in Italia le nuove diagnosi di infezione da HIV erano attribuibili in maggioranza a rapporti sessuali non protetti, l’84,3% di tutte le segnalazioni (in tutto, 3.443 nuove diagnosi di infezione da HIV secondo i dati ISS). Insomma, in modo molto logico, se si hanno rapporti sessuali non protetti si rischia di ammalarsi di AIDS, guarda un po': la cosa più interessante è che le diagnosi riguardano in maggioranza i maschi eterosessuali che sono il 45,8% del totale – e il dato coincide con un calo verticale dell'uso del preservativo da parte degli italiani negli ultimi 5 anni, ma tu guarda a volte il caso.

 

Nonostante i dati ci dicano diversamente, l'HIV continua ad essere associato agli omosessuali e il recente caso di Alessandria ci dimostra che nemmeno i medici sono immuni dal pregiudizio e confondono le preferenze sessuali con le pratiche sessuali – ovvero, praticare sesso anale non protetto è un comportamento a rischio, ma non è un comportamento esclusivo degli omosessuali né tutti gli omosessuali praticano sesso anale non protetto – un bias che le narrazioni letterarie, cinematografiche e televisive continuano a perpetuare.

 

Con l'eccezione di show come Pose, Tales of The City o When We Rise, che raccontano l'epopea eroica degli attivisti e delle persone marginalizzate durante gli anni dell'esplosione del virus e fungono quindi da narrazione storica, i casi di personaggi o ancor meno di attori e attrici eterosessuali che convivono con l'HIV sono rarissimi (potremmo citare Jay Ellis di Insecure e pochissimi altri casi) e quasi sempre si tratta di personaggi parte della comunità LGBTQ+.

 

Mancano le narrazioni dell'HIV nella contemporaneità anche in letteratura, se ne è accorto Jonathan Bazzi, autore del recente romanzo e caso editoriale Febbre: “L’infezione da HIV non è mai stata una patologia come le altre: c’è la condizione medica ma, accanto a questa, rimane la cappa di silenzio e stigma. Di HIV non si parla, lo si fa volentieri solo se c’è l’untore di turno, solo se si può praticare quel registro. L’immaginario è rimasto congelato agli anni 80 e 90, mancano narrazioni aggiornate, ri-simbolizzazioni. Col mio libro – tra le altre cose – volevo fare anche un po’ questo: riprendere in mano l’aura negativa, gli sguardi sedimentati, e provare ad attualizzarli. Anche perché i sieropositivi vengono sempre raccontati dagli altri, dai sieronegativi, e credo invece sia fondamentale che si approdi ad un’autodeterminazione anche narrativa. Un sieropositivo può ridere, se vuole, del virus, o può usarlo come cornice per un memoir familiare, come ho fatto io”.

 

Come ben sa chiunque si occupi di rappresentazione, ciò che non viene raccontato non esiste, semplicemente perché l'unico modo di conoscerlo altrimenti è esperirlo personalmente; le masse di persone che negli anni 90 hanno acquisito una consapevolezza sul virus non l'hanno ottenuta conoscendo personalmente qualcuno che l'aveva contratto, ma guardando un notiziario o vedendo un film o uno show televisivo che ne parlava: han fatto di più le azioni pubbliche di Act UP, il film Philadelphia e la foto di Kirby per aiutare a eliminare la paura e stimolare la solidarietà – limitata alla condizione del dramma, ovviamente, ma pur sempre solidarietà – di mille discorsi e volantini diffusi negli ospedali.

 

Perché l'HIV è scomparso dalle narrazioni, se non come elemento di racconto storico? La prima risposta possibile è che chi ha il virus non racconta sé stesso, perché quando ci si trova a convivere con una malattia non più mortale (e quindi, meno meritevole di compatimento rispetto al passato) ma associata a un forte stigma sociale, è difficile prendere il controllo della propria narrazione. Non è un caso se le persone più marginalizzate sono anche quelle che producono meno materiale, e che le loro storie non vengano mai raccontate, perché non soltanto per loro è impossibile in molti casi accedere alle posizioni di potere che potrebbero consentire un cambio di direzione, ma sono anche più restie a uscire allo scoperto per paura del pregiudizio.

 

Dunque, o c'è Oliviero Toscani che arriva a usare il tuo dramma per fare pubblicità di maglioni e di riflesso sensibilizzare chi non conosce la malattia, oppure quando si smette di fare notizia le storie scompaiono. Finita la pietà, finito l'interesse, finito persino l'allarme: questa rimozione collettiva è pericolosa non soltanto perché apre la strada a una rappresentazione mediale deviata della realtà (e in fin dei conti chi lotta per una maggiore e migliore rappresentazione dei soggetti marginalizzati nel cinema e in tv cerca soltanto questo: maggiore aderenza alla realtà, perché chiunque possa sentirsi rappresentato in una gioiosa molteplicità) ma finisce per cancellare l'idea che ci si possa ammalare dal nostro immaginario.

 

In parte, anche qui le statistiche sono favorevoli, ci si ammala sempre meno, ma se si esce dalla bolla dei soggetti bianchi borghesi i numeri diventano ben diversi; l'HIV è il grande rimosso della nostra contemporaneità anche perché i borghesi bianchi si ammalano sempre più raramente ma le statistiche, come dicevamo, mettono ormai come primo fattore di rischio la comunità in cui si vive e l'etnia, prima ancora di ogni altro fattore di rischio comportamentale, con tanti cari saluti a quelli che credono di vivere in una società equa. Il virus è diventato selettivo e come molte altre cose nella nostra società ha trovato la sua zona di comfort nei soggetti più marginalizzati, coloro che non possono accedere a cure, prevenzione, educazione: per noi è facile dimenticare che esiste nonostante l'AIDS abbia ucciso 940.000 persone solo nel 2017 e 36.9 milioni di persone convivano con l'HIV secondo i dati dello stesso anno.

 

Eppure la storia dovrebbe insegnarci che nessuna malattia è mai davvero sconfitta e che la pratica della prevenzione e dell'educazione non serve soltanto a salvare vite, ma a renderci persone migliori. Così come possono aiutarci ad esserlo l'informazione sulla malattia, il sapere che l'orientamento sessuale non ha nulla a che fare con la possibilità di ammalarsi, la capacità di emanciparci dagli stereotipi e raccontare attraverso lo schermo storie differenti, che corrispondano all'evoluzione di una malattia che preferiamo dimenticare ma è molto meno lontana da noi di quanto ci piaccia credere.

 

FONTE: https://www.esquire.com/it/news/attualita/a28410798/hiv-aids-foto-problema/