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L’Aids non è mai scomparsa

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Il virus dell’Hiv colpisce ancora, ma molti non lo ricordano o addirittura non lo sanno. Soprattutto i più giovani.
 
4.000 nuovi contagi annui di Hiv in Italia. 120 mila le persone che convivono con il virus. Più colpiti i giovani fra 20 e 29 anni. 35% delle persone infette scopre di esserlo ai primi sintomi della malattia.
 

«Quanti di voi hanno mai parlato di Aids con un adulto?» questa la domanda di rito che Andrea Gori, direttore del reparto di malattie infettive all’Ospedale del San Gerardo di Monza, rivolge agli studenti prima di qualsiasi discorso sull’Aids. Solo quattro, cinque mani alzate su intere classi di alunni. Eppure la sindrome da immunodeficienza acquistita torna a far paura, a più di 30 anni dalla scoperta del virus dell’Hiv: 36 milioni di persone al mondo ne sono affette e ogni anno c’è un milione di morti. Africa e Sud-est asiatico le zone più colpite, anche se i dati africani sono positivi: negli ultimi due anni sono calati decessi e infezioni, e il 50 per cento dei sieropositivi ora viene curato. I numeri incoraggianti dell’Africa si scontrano con quelli preoccupanti dei Paesi occidentali. Nella sola Unione europea, nel 2015 (ultimi dati disponibili) ci sono stati 30 mila casi di nuove infezioni, il numero più elevato dagli anni ’80. L’85 per cento dei casi è dovuto a rapporti sessuali non protetti (eterosessuali 44,9 per cento, omosessuali 40,7).


Londra, Berlino, Parigi, Milano, Roma sono la nuova culla del virus. «Qui la crescita delle comunità gay, e la loro noncuranza per rapporti sicuri, ha inciso profondamente» afferma Gori. Non solo: l’affermarsi in queste comunità del «chem sex» (sesso unito a un mix di droghe chimiche) aggrava la situazione: le droghe chimiche diminuiscono le inibizioni stimolando la voglia di fare sesso, ovviamente non protetto. In Italia, il numero delle nuove diagnosi di Hiv non è mai diminuito in modo significativo: circa 4 mila persone ogni anno scoprono di essere contagiate, e nel 35 per cento dei casi la diagnosi avviene ai primi sintomi, quando la malattia è già in fase avanzata. Tutte le campagne di prevenzione hanno dato risultati insoddisfacenti. E la disinformazione resta l’ostacolo maggiore da superare. «Il virus oggi è controllabile, ma non curabile, per questo è importante la prevenzione» precisa Gori.


Solo l’assunzione regolare della terapia antiretrovirale permette il controllo dell’infezione. Oggi l’aspettativa di vita dei giovani sieropositivi si avvicina a quella dei coetanei sieronegativi. I nuovi farmaci continuano ad avere effetti importanti e vanno presi per il resto della vita. Se non assunti con regolarità, possono portare allo sviluppo di forme resistenti.


In futuro, la medicina punta non soltanto a tenere sotto controllo la replicazione del virus nel sangue (come oggi) ma a eradicarlo dall’organismo. Al momento però la cura risolutiva non esiste, e resta fondamentale rallentare i contagi. «Se per una persona in terapia altre sei vengono infettate, la battaglia va considerata persa» conclude Gori. 

 

Fonte: Panorama