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Nelle case per i malati di Aids (che l'Italia ha dimenticato)

 
 
 
 

Tra gli ultimi ad entrare a Casa Don Bepo c’è Stefania. Ha 30 anni e l’Aids è l’unico “ricordo” che ha di sua madre: gliel’ha trasmesso in grembo, poi l’ha abbandonata. E lei, d’essere malata, l’ha scoperto quand’era piccola e forse già si chiedeva perché passava di casa in casa, di affido in affido, senza fermarsi mai. Quando è stata abbastanza grande per poter decidere della sua vita, ha provato a stare da un’amica. Ma per curarsi, e sopravvivere all’Hiv, serviva di più: controlli, cure costanti, un sostegno psicologico. Così i medici l’hanno indirizzata alla casa alloggio di Bergamo.

 

È una caso rarissimo, quello di Stefania: di bimbi contagiati dalle madri, in Italia, per fortuna non se ne registrano più ormai da anni. Perché l’Aids è cambiato, almeno in questo: lo si conosce meglio. O almeno, abbastanza da non trasmetterlo a un figlio. Se diagnosticato presto, e curato bene, si può anzi “silenziarlo”: cioè non risultare più infettivi. Eppure tanto, troppo resta ancora da fare.

 

La rete di chi accoglie. Casa Don Bepo è fra le 50 case alloggio per persone con Aids presenti in Italia del Cica, il Coordinamento che le riunisce. Una rete di accoglienza che si prende cura, dal 1994, di circa 600 persone all’anno. Allora, di Hiv, si moriva. Oggi, con le nuove terapie farmacologiche e i tempi rapidissimi di diagnosi (il test risulta positivo già a 40 giorni dal contagio), col virus si può vivere e convivere senza problemi.

 

Tranne chi non può o non vuole accettarlo e non si cura o si cura male: 16mila persone circa, sulle 130mila che hanno contratto l’infezione (dati del Coa, il Centro operativo Aids). «Sono i più fragili tra loro che arrivano nelle nostre strutture – spiega il presidente del Cica, Paolo Meli, pilastro dell’Associazione Comunità Emmaus di Bergamo che gestisce altre due case in città –. Persone con storie di disagio e dipendenza alle spalle, in condizioni economiche (ma anche fisiche e psicologiche) a volte drammatiche, che hanno bisogno di tutto». Gli ultimi fra gli ultimi, insomma, cui la vita ha tolto tutto tranne l’Aids. Il male che non sopportano, e che li logora.

 

Alle case del Cica sono indirizzati direttamente dalle aziende sanitarie locali e per chi entra in strutture “ad alta intensità” – attrezzate cioè per seguirli anche dal punto di vista terapeutico oltre che da quello del reinserimento sociale – è la sanità pubblica a pagare le rette in toto: un aiuto importante, se non fosse che rette e convenzioni, almeno in Lombardia, sono ferme al 2006, «col risultato che il nostro sistema sopravvive soltanto grazie allo sforzo enorme delle associazioni e delle cooperative che lo gestiscono – continua Meli –. Senza contare che in altre Regioni, la situazione è ancora più difficile e, in alcune, non esistono strutture». In poche parole, di case alloggio nuove non ne nascono. E questo nonostante si contino ogni anno tra i 3.500 e i 4mila contagi, con un’impennata allarmante negli ultimi anni tra i giovani sotto i 25 anni (soprattutto tra le donne, solitamente le meno colpite).

 

Il male rimosso. La prevenzione dell’Hiv e la lotta allo stigma d’altronde sono tra i capitoli dimenticati dalle politiche sociali e socio-sanitarie nostrane: spesso citate, ma non sostenute da risorse adeguate e progettualità continuative e di lungo periodo. «L’ultimo progetto nazionale di prevenzione serio e capillare è stato quello promosso dalla Cei attraverso Caritas italiana, che si è svolto da settembre 2014 a giugno 2017» ricorda Meli. Sedici le diocesi coinvolte – da Bolzano a Reggio Calabria –, pari al 28% della popolazione italiana. Con oltre 2 milioni di persone intercettate tra scuole, parrocchie, oratori, in progetti, mostre, spettacoli, eventi in strada. Che poi è quello che manca davvero: parlare, dell’Aids, senza paura. E parlarne proprio ai ragazzi, considerando la prevenzione come il vaccino migliore contro la malattia.

 

La prevenzione che manca. «Purtroppo sono ancora i numeri a parlarci di quanto questo aspetto sia sottovalutato – spiega Meli –. Tornando alle 130mila persone con Hiv in Italia, se ne stimano oltre 14mila che ancora non sanno di avere contratto l’infezione. Un numero impressionante, che racconta non solo la scarsa consapevolezza dei comportamenti sessuali a rischio, ma anche di come il virus venga ancora considerato come qualcosa “che riguarda gli altri”». E che si appaia con il dato relativo alle diagnosi tardive: 6 su 10, «segno che si arriva a fare il test troppo tardi e che la malattia ancora in molti casi non viene trattata correttamente dall’inizio». Un particolare che, quando si parla di Aids, fa la differenza tra la vita e la morte: «Ogni anno contiamo ancora 800 decessi nel nostro Paese – continua Meli –, nelle nostre case mediamente un paio. L’ultimo, appena il mese scorso».

 

Stefania invece, che s’è curata, sta bene. Qualche giorno fa ha avuto la notizia bellissima d’essere stato assunta a tempo indeterminato in un’azienda. Ora progetta il suo futuro, magari fuori dalla casa, in un appartamento tutto suo. L’Aids – se aiutati – si sconfigge.