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Sieropositività

Sieropositività
 
 

La scoperta della sieropositività può essere accompagnata da una paura di abbandono o di rifiuto e questo può comportare una difficoltà a comunicarlo.

 

Gli argomenti addotti per motivare il segreto riguardo la sieropositività sono la paura del rifiuto o dell’abbandono, la convinzione che il partner non possa reggere alla notizia, che sia un passo troppo difficile o che sia necessario un tempo maggiore per poter affrontare prima le proprie emozioni. Si è visto anche che alcune persone sieropositive tendono a rifuggire da relazioni stabili per evitare pressioni alla rivelazione o comunque per non sentirsi in dovere di farlo.

Sonia Agata Sofia

 

Nel panorama internazionale dell’epidemia dell’infezione da HIV, suscitano sempre grande preoccupazione i casi di persone contagiate da partner sessuali che non sono a conoscenza, o conoscendolo non rivelano, del proprio stato sierologico.
Spesso, neppure il matrimonio o la convivenza sono sufficienti a proteggere dall’infezione.
Storie che rivelano quanto la difficoltà di accettare la malattia e il dolore di rivelarla agli altri possono influire negativamente sulla sua gestione.

 

Numerosi studi hanno mostrato che le persone consapevoli della propria sieropositività tendono a ridurre i comportamenti che potrebbero trasmettere l’infezione ad altri, tuttavia ce ne sono altri i quali suggeriscono che i cambiamenti delle abitudini sono difficili da mantenere e che dopo un certo periodo alcuni tra loro riprenderebbero a porre altri a rischio di contagio.

 

Dai dati di un ricerca relativa ad un campione di persone sieropositive in terapia negli Stati Uniti, emergeva che il 42% degli uomini omosessuali e bisessuali, il 19% degli uomini eterosessuali e il 17% delle donne riferivano rapporti senza rivelazione del proprio stato sierologico.
Secondo una ricerca più recente su omosessuali sieropositivi, i rapporti sessuali non protetti erano riferiti dal 46.7% di coloro che avevano un partner positivo e dal 15.6% di colori che ne avevano uno negativo. I contatti senza profilattico erano significativamente più frequenti con partner casuali.
Molto spesso il sesso non protetto era associato ad assunzioni di alcool o sostanze d’abuso e all’assenza di comunicazione della sieropositività.

 

Alcune organizzazioni sanitarie internazionali si sono interrogate se la responsabilità della diffusione del virus da parte di persone consapevoli del proprio stato sierologico non sia da attribuire ai principi di confidenzialità e di consenso informato che vigono in molti paesi, ma sono giunte alla conclusione che sono piuttosto il diniego, lo stigma, il senso di colpa, la discriminazione e le problematiche psicologiche a creare i maggiori ostacoli al contenimento della diffusione dell’infezione.

 

Massimo, 32 anni, da quando è sieropositivo non ha avuto altre relazioni. Da poco ha conosciuto un ragazzo che gli piace molto, si frequentano, stanno bene insieme. Lui decide di lasciarlo prima di avere rapporti sessuali. “Comunicargli la sieropositività avrebbe comportato l’ennesimo rifiuto nella mia vita, mi riporta alla mia infanzia, ad episodi di abbandono e abuso. Non posso sopportarlo. Preferisco lasciarlo prima. Forse l’unica soluzione per evitare questo dolore è frequentare da adesso in poi solamente sieropositivi come me”.

 

Cristina, 29 anni. “Ho problemi a dirlo agli altri. Allora vado in giro con spruzzino e disinfettante per pulire dove passo io. Ho paura che per causa mia gli altri possano vivere l’inferno che sto vivendo io.”

 

Gli aspetti emotivi connessi alla difficoltà di comunicare la sieropositività

 

Gli argomenti addotti per motivare il segreto riguardo il proprio stato di salute sono la paura del rifiuto o dell’abbandono, la convinzione che il partner non possa reggere alla notizia, che sia un passo troppo difficile o che sia necessario un tempo maggiore per poter affrontare prima le proprie emozioni. Si è visto anche che alcune persone sieropositive tendono a rifuggire da relazioni stabili per evitare pressioni alla rivelazione o comunque per non sentirsi in dovere di farlo.

 

Alcuni studi dimostrano che le donne che non informano il partner utilizzano il profilattico con frequenza e regolarità pari a quelle delle donne che lo fanno, ma sono più a rischio di queste ultime di ripercussioni psicologiche negative (disturbi d’ansia o depressione con istinti suicidari).

 

La capacità di rivelare è legata al grado in cui la persona ha accettato la diagnosi e comunque è molto più difficile raccontarsi a ridosso di questa. Emerge che tra gli eventi stressanti, la rivelazione della propria sieropositività all’altro è seconda solo al ricevimento della diagnosi ed implica il dover affrontare alcune tematiche tra le quali l’immagine di sé, la sessualità e l’autostima.

 

Sara, 37 anni, scopre la sieropositività durante le analisi per la prima gravidanza. “Sono in preda allo sconforto, e dilaniata dalla scelta… comunico adesso la sieropositività al mio compagno o lo faccio alla nascita della bambina?…”

 

Simona, 46 anni. Viene a ritirare il risultato del test. Quando le comunico la diagnosi di sieropositività è sorridente. “Prima o poi doveva succedere. Anzi meglio così. Sto da 10 anni con il mio compagno sieropositivo. Adesso che lo sono anch’io possiamo condividere proprio tutto. Anche la terapia antiretrovirale e le visite mediche.”

 

La terapia metacognitiva interpersonale con i pazienti sieropositivi

 

Tra le psicoterapie cognitive di ultima generazione la Terapia Metacognitiva Interpersonale ha la caratteristica di adattare gli interventi terapeutici alle capacità metacognitive del paziente dedicando grande attenzione alla cura della relazione terapeutica usata come fonte di informazioni e come luogo dove sperimentare per prima le modalità adattative di relazione.

 

La TMI, sviluppata principalmente per trattare i disturbi di personalità e le condizioni sintomatiche ad essi associate, è già stata applicata con successo al caso di una paziente sieropositiva con ottimi risultati ottenuti in termini di remissione della sintomatologia post-traumatica e di riduzione dello stigma e al caso di un paziente sieropositivo con disturbo di personalità grave e scarsa aderenza terapeutica ai regimi prescritti.

 

Questa si basa sull’idea che i pazienti sono guidati nella vita di relazione da un insieme di aspettative definiti “schemi interpersonali”, delle quali molto spesso non sono consapevoli e che mettono in atto in modo automatico, su come gli altri risponderanno ai loro desideri, speranze, piani e bisogni.

 

A causa di queste aspettative le persone soffrono ancora prima di entrare in relazione con gli altri oppure compiono azioni che da un lato impediranno loro di realizzare tali desideri, dall’altro non indurranno gli altri a rispondere in modo positivo.

 

Il paziente teme la critica e l’abbandono (stigma interiorizzato) e tende ad interpretare il comportamento altrui come segnale di rifiuto ed utilizza l’evitamento ed il segreto per gestire la situazione, amplificando di fatto l’autostigma e la condizione di segretezza nonché la costante paura della perdita.

 

Questa formulazione del caso in TMI è un principio di partenza per creare un piano terapeutico che abbia come scopo iniziale il miglioramento della comprensione di sé ed in seguito il cambiamento dei processi cognitivo-affettivi sottostanti il tratto di personalità.

 

La TMI descrive procedure formalizzate passo dopo passo per arricchire le narrazioni dei pazienti e promuovere la metacognizione fino a quando cominceranno a vedere le proprie descrizioni delle relazioni interpersonali come pattern interiorizzati e non più come riflessi della realtà.

 

Recentemente alcuni studi hanno rilevato un alto tasso di tratti alessitimici (anche per via dello specifico tropismo del virus) e disfunzioni metacognitive nella popolazione HIV-positiva.

 

Esempi di atti metacognitivi disfunzionali includono: difficoltà nel descrivere i propri stati interni; difficoltà nel riconoscere le emozioni nel volto degli altri; problemi nella comprensione degli eventi interpersonali e difficoltà nel comprendere le motivazioni sottostanti ai comportamenti.

 

Un elemento chiave della disfunzione metacognitiva è la scarsa differenziazione, cioè la mancanza di consapevolezza che la propria opinione su se stessi e gli altri è solo un punto di vista, che può cambiare quando le cose vengono osservate da un’altra angolazione. In questo caso il paziente è guidato da aspettative stereotipate riguardo a come comportarsi per raggiungere i propri obiettivi, riguardo a come si comporteranno gli altri e a quale sarà il destino dei propri desideri intimi.

 

In terapia, quindi, il paziente avrà bisogno di essere aiutato a formare una metarappresentazione in cui riconoscere che la sua credenza può essere parzialmente vera, ma riflette anche un suo schema in cui si sente costantemente rifiutato e danneggiato, uno schema fondato su memorie di figure di riferimento ingiuste ed episodi traumatici.

 

La TMI si focalizza sulla promozione della metacognizione utilizzando i seguenti passi:
1) promuovere la consapevolezza delle emozioni; 2) comprendere la causalità psicologica, per esempio come le azioni degli altri evochino una credenza che a sua volta suscita un’emozione e come quell’emozione attivi un comportamento; 3) evocare una serie di episodi associati per promuovere una consapevolezza di pattern stabili e di conseguenza riformulare gli schemi; 4) ottenere una differenziazione da pattern di attribuzione di significato presi come specchio della realtà.

 

Quando comunicare agli altri la sieropositività

 

Rivelarsi agli altri può essere realizzabile, se il paziente lo desidera, dopo che paziente e terapeuta hanno percorso i passi sopraelencati e raggiunto una conoscenza dei processi cognitivo-affettivi che determinano la sofferenza.

 

La decisione di raccontarsi è preziosa per la persona sieropositiva e per le persone significative e non deve essere messa in atto con fretta.

 

Serovich lo definisce un processo di decision-making diviso in sei passaggi che comprende dilemmi, barriere e decisioni per ognuno di essi. Il primo passo consiste nell’incoraggiare i pazienti a fare una ricognizione circa coloro che fanno parte della loro rete familiare e sociale e del tipo di supporto che ciascuno di essi può offrire.

 

Il secondo sta nell’aiutare a valutare la natura della relazione che hanno con le figure individuate. Il terzo passo prevede la determinazione di qualunque circostanza che potrebbe influenzare la rivelazione, per esempio la capacità di alcuni possibili destinatari dell’informazione di mantenere la segretezza in proposito. Il quarto comprende la riflessione per ogni persona presa in considerazione circa le conoscenze e gli atteggiamenti riguardo HIV.

 

Il quinto consiste nello sviscerare le ragioni per cui è importante comunicare ad alcune persone. Infine, il sesto passo include l’inserimento di tutte le persone identificate come potenziali destinatari in tre categorie: coloro da informare per primi, coloro da informare in un secondo momento, coloro per i quali è preferibile aspettare e vedere.

 

Molto utile, a questo punto del percorso terapeutico, può rivelarsi l’utilizzo di tecniche di Skills Building che aiutano a costruire e rinforzare capacità e strumenti necessari per adottare e mantenere comportamenti coerenti con il proprio desiderio di salute e che proteggano gli altri dal contagio.

 

Un modello di psicoterapia incentrato sulla relazione terapeutica in HIV e con interventi adattati alle capacità metacognitive dei pazienti sarebbe una pratica sanitaria necessaria a determinare il miglioramento di molteplici outcomes. In particolare, la disponibilità di programmi centrati sul paziente e sulle sue sofferenze relazionali incrementerebbe: 1) l’azione di vigilanza e prevenzione dell’epidemia e dei rischi secondari HIV correlati; 2) l’adesione alle cure mediche ed alle pratiche di cura ad esse correlate; 3) l’utilizzazione ed il mantenimento di una rete di supporto sociale.

 

“L’infezione da HIV ha una declinazione relazionale per eccellenza, in quanto è nell’ambito della relazione sessuale che essa si trasmette e si diffonde. Inoltre è nell’acquisizione e nel mantenimento di comportamenti, da contrattare e gestire necessariamente all’interno di una relazione, che essa si previene e/o si cura.

 

La persona sieropositiva ha una forte necessità di adottare comportamenti che contribuiscano notevolmente alla determinazione della qualità della vita e forniscano la costruzione di nuclei relazionali stabili che svolgono una forte azione di motivazione verso l’accettazione di malattia, l’adozione od il mantenimento di pratiche di sesso sicuro per sé e per gli altri, la gestione e l’aderenza alla terapia” (Starace).

 

 

Per saperne di più: www.stateofmind.it