Smartsex

Marina Cavazzana, pioniera della genetica: «Possiamo fermare l’Aids»

 

Marina Cavazzana, pioniera della genetica: «Possiamo fermare l’Aids»

Intervista alla ricercatrice italiana che all’ospedale pediatrico Necker di Parigi lavora allo sviluppo di terapie d’avanguardia. L’idea che può far vincere la battaglia: aggiungere nei malati una copia sana del gene difettoso

 

«Quando sono arrivata in Francia, trent’anni fa, non c’era molta competizione nel campo della terapia genetica. Mi sono inserita in una specialità nuova, dove tutto o quasi era ancora da scoprire». Adesso alla tecnica che promette di nuovo di rivoluzionare la medicina è dedicato un grande edificio di vetro all’angolo tra boulevard de Montparnasse e rue du Cherche Midi, poco lontano da caffè storici come il Select o la Coupole e i bistrot e i negozi di moda della Rive Gauche. L’Institut Imagine è un colosso di 19 mila metri quadrati riservati alla ricerca sulle malattie genetiche e alle terapie d’avanguardia nel cuore della vecchia Parigi. Sulle facciate di vetro, disegnate dagli architetti star Jean Nouvel e Bernard Valéro, sono serigrafate sequenze Dna: qui 900 ricercatori, medici e infermieri studiano e curano soprattutto bambini. Accanto c’è l’ospedale pediatrico Necker, uno dei migliori al mondo. A dirigere il dipartimento di bioterapia al Necker e il laboratorio di linfo-ematopoiesi (con Isabelle André) all’Institut Imagine c’è la scienziata italiana Marina Cavazzana, pediatra, pioniera mondiale della terapia genetica, scienziata dell’anno in Francia nel 2012 e il 21 ottobre scorso entrata nella National Academy of Medicine degli Stati Uniti, onore raro per una donna, per di più non americana.

 

Veneziana, studi di medicina a Padova, due figli, la professoressa Cavazzana vive a Parigi dalla fine degli anni Ottanta, si sente «europea» e si dichiara femminista. Ci riceve nel suo laboratorio, dove usa la terapia genetica — tornata di grande avvenire dopo una fase difficile — per affrontare malattie che in molti casi sarebbero altrimenti incurabili. L’idea di base è relativamente semplice: aggiungere una copia sana del gene difettoso dal quale dipende la malattia. Due anni fa Cavazzana è riuscita a guarire un ragazzino di 15 anni affetto da anemia falciforme, una malattia genetica del sangue che tocca 50 milioni di persone nel mondo, provoca forti dolori a causa della cattiva circolazione e della scarsa ossigenazione dei tessuti, e riduce l’aspettativa di vita a neanche 50 anni. Oggi la scienziata ha un nuovo obiettivo molto ambizioso: cercare di vincere definitivamente l’Aids grazie alla terapia genetica, rendendo impossibile al virus Hiv-1 di continuare a infettare le cellule del sistema immunitario in modo da rendere superflua la costosa e debilitante triterapia alla quale sono ancora costrette le persone sieropositive.

 

Professoressa Cavazzana, intanto come è riuscita ad affermarsi a Parigi?
«Non è stato facile, non perché fossi italiana ma perché sono donna, e la Francia in questo non è molto diversa dall’Italia o dalla Germania. Le donne che vogliono lavorare sono tollerate: “Fate pure, se proprio vi diverte, ma non pensate di fare anche carriera”. Io sono stata testarda, e ho avuto l’intuizione di impegnarmi nella terapia genetica. In Francia non c’erano altri gruppi che facessero esattamente quello che facevo io. Ed è vero che qui a un certo punto, se hai fatto cose importanti, se hai messo a punto protocolli nuovi, alla fine cedono e ti affidano la cattedra. Adesso sto cercando di formare nuove generazioni di medici perché la terapia genetica possa essere offerta al maggior numero di pazienti possibile».

 

È vero che la terapia genetica sta conoscendo un momento di grande riscoperta?
«Sì, l’applicazione clinica resta ancora relativa, ma le ultime scoperte hanno provocato una grande accelerazione, vengono investite somme enormi».

 

All’inizio degli anni Duemila ci fu uno stop improvviso dopo la morte del 18enne americano Jesse Gelsinger.
«Il suo caso è passato alla storia come il primo decesso provocato dalla terapia genetica, dovuto a un’iniezione di virus vettori a una concentrazione troppo elevata per il paziente. Da allora però i progressi sono immensi».

 

Per quali malattie?
«La leucemia per esempio. La grande esplosione della terapia genetica si è avuta con l’introduzione delle cosiddette CAR-T cells: i linfociti T vengono prelevati dai malati e modificati geneticamente per armarli con un recettore che può riconoscere le cellule leucemiche e quindi ucciderle. Poi ci sono altre sperimentazioni cliniche di terapie che hanno ottenuto l’autorizzazione per essere messe sul mercato, in particolare contro la cecità, o la talassemia. L’interesse dell’industria farmaceutica oggi è molto importante, e quindi anche i fondi a disposizione».

 

Come mai lei ha deciso di dedicarsi a questo settore oltre trent’anni fa?
«Sono pediatra di formazione, provengo dalla ematologia pediatrica di Padova. Sono venuta una prima volta a Parigi a interessarmi di trapianto di midollo, e ho avuto l’impressione che in Francia si potesse fare innovazione terapeutica. Poi mi sono specializzata con l’immunologo Alain Fischer all’ospedale pediatrico Necker. Mi sembrava molto intelligente l’idea di usare le cellule del paziente e trattarle, in modo da non avere tutti i problemi di rigetto caratteristici del trapianto di midollo osseo».

 

L’ultima sfida è vincere una volta per tutte l’Aids.
«L’idea mi è venuta dal caso di un paziente sieropositivo affetto da leucemia, che nel 2007 venne sottoposto a trapianto di midollo. Il donatore che fornì il midollo aveva per caso una mutazione genetica rara che lo rendeva resistente al virus Hiv».

 

Quel malato di leucemia è noto come il «paziente di Berlino», l’americano Timothy Brown.
«Sì, è ancora vivo e sta bene, non ha più la leucemia ed è guarito anche dall’Aids. Vorrei riprodurre questo caso unico usando le cellule non di un donatore ma dello stesso paziente, rendendole impenetrabili al virus Hiv. L’obiettivo è dotare le cellule di una specie di serratura che impedisce all’Hiv di entrare. In questo modo avremmo una remissione completa e non ci sarebbe più bisogno della triterapia».

 

Quando saprà se il sistema funziona?
«I primi risultati clinici si avranno tra un anno e mezzo. Ci sono altri gruppi nel mondo che stanno cercando di ottenere lo stesso risultato con altre tecniche. Vedremo chi arriva prima».

 

Lei fa ricerca ma è anche vicina ai pazienti. Non è una cosa piuttosto rara?
«Non in Francia, in particolare qui all’Institut Imagine e al Necker. Esiste una lunga tradizione francese nel mettere la ricerca vicino ai letti dei pazienti, iniziata dal professor Claude Griscelli. Anche per questo all’epoca ho scelto di rimanere a lavorare a Parigi. In Italia ci sono ottimi centri per la genetica, per esempio il San Raffaele a Milano, il Gaslini a Genova, il Tigem di Pozzuoli. Il nostro istituto Imagine credo però sia davvero unico in Europa perché si trova anche fisicamente accanto all’ospedale pediatrico Necker, e può contare su un grosso network di medici. Sono specializzati in diverse malattie ma si trovano tutti nello stesso posto. In Italia dovrei cercare una competenza a Bologna, un’altra a Padova. Qui è più facile. Il mio scopo è prendere le scoperte più innovative della ricerca fondamentale per farle diventare terapie reali, a beneficio del paziente. All’Institut Imagine abbiamo appena aperto 4 letti dedicati esclusivamente al trattamento delle malattie croniche attraverso la terapia genetica».

 

Ma lei non è mai stata tentata di rientrare in Italia?
«Le offerte non mi sono mancate, qualche anno fa in particolare sarei potuta tornare a Padova per riprendere il dipartimento. Ma avrei dovuto abbandonare protocolli che mi interessano molto, e un investimento di trent’anni che mi dispiaceva perdere per ricominciare da capo. Alla fine ho rifiutato, anche per ragioni personali».

 

Quali sono i motivi personali?
«Non si decide mai solo per ragioni strettamente professionali. Per esempio, non vivrei mai in America. Mi sento europea, discendente dei greci e dei romani che ho studiato al liceo classico. Sono molto attaccata alle vecchie pietre, ai musei. Vengo da Venezia, non mi vedo abitare a Memphis o a Houston».

 

Ma perché non è tornata a Padova?
«Oltre ai motivi di lavoro di cui parlavo prima, i miei figli vivono a Parigi e preferisco stare vicino a loro. Mia figlia è anche lei pediatra, mio figlio invece si dedica all’economia internazionale, in particolare ai Paesi in via di sviluppo».

 

Si sente italiana o francese?
«Veramente ormai non prevale nessuna delle due identità, mi sento davvero europea. E la Brexit mi mette un’enorme tristezza».

 

Come ha vissuto, italiana a Parigi, la crisi diplomatica tra Italia e Francia di un anno fa?
«Ero dispiaciuta soprattutto per la questione dell’immigrazione. Mi piacerebbe che i governi mettessero da parte le liti, aprissero i porti e aiutassero i migranti».

 

Qual è stata la maggiore difficoltà nella sua carriera?
«Riuscire a tornare a casa dall’ospedale e staccare, fare tabula rasa di tutti i problemi professionali, senza restare con la testa immersa nel lavoro. Mi ci sono impegnata molto. Non sono stata a casa spessissimo, questo è vero, ma quando c’ero ho cercato di essere presente davvero, al cento per cento».

 

In Francia è più facile avere una carriera e una famiglia?
«Sì per quanto riguarda le strutture, no rispetto alla mentalità verso le donne. Io ho messo i miei figli all’asilo nido a tre mesi, i miei amici di Venezia mi dicono che in Italia è quasi impossibile perché non ci sono posti. Qui per esempio le infermiere possono lasciare i bambini all’asilo dell’ospedale, e in generale ci sono molti asili municipali».

 

Lo Stato francese ha una tradizione di sostegno alle coppie con figli, forse in Italia ci si affida di più alla famiglia allargata.
«In Francia un genitore può provare a cavarsela anche senza ricorrere per forza alla rete famigliare che invece in Italia è indispensabile. Mio padre era ferroviere, mia madre maestra, da piccola sono stata tanto a casa con mia nonna. È stato bello, ma mi ricordo il panico del primo giorno di scuola, alle elementari: non avevo mai visto tanti bambini in vita mia, non ero abituata a tutti quegli estranei, non è stato facile uscire dalla nicchia. Anche da pediatra penso che sia un bene, per lo sviluppo e la crescita dei bambini, abituarli presto al mondo esterno. Più in generale, il servizio sanitario francese cerca di non abbandonare i cittadini a loro stessi. Esistono per esempio unità mobili, medici e infermieri che vanno a casa del paziente invece di costringerlo ad andare in ospedale, e non solo per le cure palliative».

 

E la mentalità nei confronti delle donne, invece? Francia e Italia sono diverse?
«Mi sembra che in Francia il machismo sia diffuso quanto in Italia. Nell’ambiente di lavoro gli uomini si cooptano tra di loro, e una donna deve essere di buon carattere, gentile e remissiva, altrimenti viene trattata da caratteriale o si dice di lei che scimmiotta gli uomini. Di nessun primario che alza la voce si dirà che è isterico o autoritario, di una primaria sì. Io mi batto contro queste ingiustizie. Noi donne dobbiamo essere dieci volte più brave di un uomo per ottenere lo stesso posto di responsabilità. E io cerco di oppormi a questo promuovendo le donne di valore che lavorano con me».

 

La difficoltà più grande della sua carriera l’ha detta, salvaguardare la vita privata. Invece il momento più bello?
«Ce ne sono stati tanti, non riesco a citarne uno solo. Più che altro, le vittorie rendono felici ma per un tempo brevissimo, purtroppo. C’è sempre un altro paziente che sta male nel letto accanto. I progressi nella terapia genetica mi hanno dato grandi soddisfazioni, ma in testa c’è soprattutto il paziente sul quale la cura non sta facendo effetto. Quando qualcuno sta meglio sono felice, ma anche perché così posso raddoppiare gli sforzi per il paziente che sta ancora male. È lui a prendersi tutte le energie».

 

Voi medici non siete schermati contro le sofferenze dei pazienti?
«Un po’, ma non siamo macchine. C’è sempre una telefonata, l’esito di un esame che è importante per le famiglie ma anche per noi. È una grande fatica fisica, ed emotiva. Per questo siamo così stanchi. Non si finisce mai».

 

 

CARTA D’IDENTITÀ

La vita — Marina Cavazzana è nata a Venezia il primo gennaio 1959. Figlia di un ferroviere e di una maestra, ha studiato medicina all’Università di Padova e poi si è trasferita a Parigi. È sposata e ha due figli
Il lavoro — Pediatra, pioniera mondiale della terapia genetica, attualmente è professore di immunologia pediatrica all’ospedale Necker-Enfants Malades e all’Institut Imagine di Parigi, oltre che accademico all’Università di Parigi Cartesio
I premi — Nel 2012 è stata designata scienziata dell’anno in Francia e il 21 ottobre scorso è entrata nella National Academy of Medicine degli Stati Uniti, onore raro per una donna, per di più non americana

 

https://www.corriere.it/sette/incontri/19_dicembre_13/marina-cavazzana-pioniera-genetica-possiamo-fermare-l-aids-6396ff82-1983-11ea-b52c-4b88648fa942.shtml